#Racconti di Soglia – Narrazioni dal vissuto del dolore

Fonte: Fondazione ISAL | #Racconti di Soglia: www.fondazioneisal.it/il-dolore-di-un-arto-fantasma-e-un-cammino-che-riprende-nellarte-la-storia-di-luca-moretto/

La storia di Luca ci porta in un doppio mistero, quello del dolore che rimane in un’arto fantasma, e quello dell’arte che torna come una salvezza piena di colore.

Quarant’anni, autoironia da vendere e un tutore in carbonio al posto della gamba. Luca Moretto, sangue veneziano nelle vene (nato a Jesolo per la precisione), è uno dei tanti pazienti affetti da dolore cronico incoercibile sostenuto da ISAL, Fondazione che si occupa della ricerca, della formazione medica e della comunicazione sociale nell’abito del dolore cronico, una vera e propria patologia che ormai colpisce sempre più persone nel mondo occidentale e non. 

Luca oggi non vuole più restare fermo dopo che, a 23 anni, gli è stato amputato l’arto per colpa di uno dei tanti casi di malasanità. Un episodio che lo ha trascinato nella depressione e nell’isolamento a lungo. Non per la mutilazione in sé, ma a causa della sindrome dell’arto fantasma di cui soffre dal momento dell’amputazione. Una sorta di memoria fissa del dolore lancinante vissuto, che lo costringe a rivivere l’evento in eterno come un calvario.

Per Luca ancora non esiste cura. Un incubo, penserete. Vero, ma non del tutto. Perché Luca ha detto no ad una vita piegata al dolore e ha convertito la disgrazia in linfa di cambiamento. Un miracolo che si traduce in opere d’arte fatte di silicone e tela, colori e vita, passione e rinascita. Luca Moretto oggi è un artista e basta parlargli al telefono, per avere l’illuminazione: ciò che conta è la forza d’animo. “Sono sempre stato un tipo allegro e positivo, non mi sono mai posto limiti. Ero quello che fa ridere tutti, che gioca e fa il giullare, quello che dal domani si aspetta di tutto e vive alla giornata”.

Un ventenne come tanti…
Si, anche se conoscevo – seppur indirettamente – già la disabilità da vicino. Mio padre ha vissuto qualche anno senza entrambe le gambe e nel 2009 ci ha lasciati. Mia madre e il mio fratello più grande facevano fronte, insieme, ad ogni premura e problematica del caso famigliare. Tutto questo mi ha portato anche a maturare prima per certi versi, soprattutto nell’ambito professionale. Ho iniziato a lavorare da giovanissimo con varie esperienze, all’epoca dell’incidente facevo l’agente di commercio.

E poi, cosa le è accaduto?
Ho comprato una moto grazie a vari lavoretti. Così, il 31 agosto 1999, era un lunedì, una sera d’estate qualsiasi,  io ed un amico prendiamo le nostre moto e ci mettiamo a correre come forsennati per le strade semideserte. Ci divertiamo, tutto fila liscio. Poi, mentre torno verso casa, l’incidente. La mia Ducati Monster “sbacchetta”, come si dice in gergo, ovvero perde l’equilibrio e mi disarciona. Atterro 150 metri più avanti. Ferita di guerra: una frattura scomposta alla gamba, curabilissima. Se non fosse stato per la mancanza di capacità dei medici. Ho dovuto perdere l’arto in seguito ad un’infezione, una scelta che volevo personalmente perché ormai mi trascinavo un fardello senza vita.

Non deve essere stato facile…
Sicuro, ma ad un certo punto ne ho preso coscienza e ho preferito continuare a vivere con un tutore, ma in migliori condizioni e possibilità. Mi affliggeva di più sapere di diventare un ulteriore affanno per la mia famiglia.

Cosa le manca di più?
Le passeggiate, ero un appassionato. Curioso eh? Facevo chilometri per Jesolo a piedi, ogni sera con un amico da piazza Milano a piazza Mazzini. Pensa che le prime volte che ci vedevano, ci chiedevano se avessimo bisogno di un passaggio, perché sembrava impossibile che potessimo godere così di una passeggiata anche in pieno inverno.

Come è arrivata la sindrome dell’arto fantasma e, quindi, la convivenza con il dolore cronico?
Quando l’anestesia ha iniziato a passare, ho avvertito subito gli stessi dolori, come se avessi ancora la gamba sebbene fosse stata amputata. Da quel giorno provo un dolore catalogabile in dieci tipologie diverse e in dieci punti di un piede che non ho più. Provo scosse, crampi, fitte, pugnalate, ma il dolore quello più aggressivo da 17 anni è quello del “piede schiacciato”, come se ci fosse il peso di un furgone a comprimerlo. Di  solito, la sindrome fantasma piano piano scompare. Nel mio caso è peggiorata, portandomi a forti stati depressivi, aumento di peso e dipendenza da farmaci a base oppiacea.

Come è riuscito a trovare una via d’uscita?
Un giorno ho detto basta. Mi stavo lasciando morire. Ed ho fatto un passo verso una vecchia passione, l’arte. Avevo fatto studi artistici, poi nel 2003 un corso di arredamento e nel 2004 uno di pittura. Poi ho mollato, ero in cerca di una tecnica più personale. Giorno e notte ho iniziato a lavorare sui miei quadri, non riuscivo più a muovermi e dovevo trovare un’alternativa all’annichilimento imposto dall’assunzione dei farmaci. E così sono nate le mie opere.

Un’impresa che l’ha portata ad ottenere anche riconoscimenti nel settore…
Non avrei mai creduto che l’arte potesse diventare il mio cammino. I riconoscimenti e le esposizioni collezionati in questi dieci anni di applicazione, la sperimentazione dei materiali, sono l’inizio di un percorso più lungo.

E’ sua la Vespa “Venice” realizzata ed esposta all’interno del Museo Piaggio di Pontedera?
Ho voluto trasmettere questa armonia anche nel lavoro eseguito sulla Vespa. Quelle linee colorate ricordano l’allegria del carnevale, le stelle filanti… Un tributo alla mia Venezia.

Come è approdato alle terapie e al sostegno di ISAL?
I professionisti di ISAL sono pionieri nel nostro Paese nella ricerca sul dolore cronico. Qui, sono arrivato quando pensavo di non avere più speranza. E qui, La mia storia si mescola a quella di molti altri afflitti da sofferenze completamente diverse dalla mia nel tipo e nella causa, ma altrettanto stremanti e sconvolgenti. Per molti di noi, la conoscenza scientifica in materia di dolore cronico non è ancora sufficiente, nonostante ci sia una legge, la 38 del 2010, che tutela in Italia l’uso e la diffusione di terapie adeguate, manca la marcia in più per un effettivo sostegno della ricerca. Purtroppo, i trattamenti che ho affrontato non si sono rivelati soddisfacenti. Confido nella nascita di un Istituto di ricerca che mi faccia ancora sperare di tornare, un giorno, di nuovo libero dal dolore.

Come si impara a convivere con il dolore, senza rinunciare alle esperienze della vita?
Oggi, finalmente, vedo il mondo da una prospettiva migliore. Ho imparato che dal dolore, se affrontato con coraggio, può nascere un nuovo equilibrio, una nuova consapevolezza. Almeno, questo è quanto posso testimoniare. Ho imparato sul serio a gioire delle piccole cose e a circondarmi di serenità. E mi piace quando riesco a trasmetterla agli altri, soprattutto quando qualcuno, come me, sta soffrendo.

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